Il colore come linguaggio

A scuola, per dire che un colore era particolarmente acceso, dicevano che era «genzianico»: il mio legame con il colore era evidente già allora. Sono arrivata in Toscana da ragazza, dall’Abruzzo, con una valigia piena di letteratura e filosofia. San Gimignano è diventata casa mia e ho scelto di restare.


Per molti anni ho dedicato le mie energie anche ad altro: i ristoranti da far funzionare, quattro figli da crescere, giornate che lasciavano poco spazio ai pennelli. L’arte però non l’ho mai abbandonata: era nelle immagini che avevo in testa, nelle case che ho trasformato, nei locali che ho aperto, nelle pareti che dipingevo tra un servizio e l’altro, nelle opere realizzate per altri.



Per anni ho presieduto il festival Lumière, e lì ho capito qualcos’altro di me. Con la sola luce e la sua assenza si poteva cambiare l’aspetto di una città: per una notte San Gimignano usciva dal tempo e diventava pura atmosfera, come l’avevo immaginata. Ideare e realizzare quel festival è stato il mio modo di dire, senza parole, che il colore e l’ombra erano il mio linguaggio.





Quando uso molto colore, spesso in più strati, è per dare corpo a una presenza nella materia.
Dipingo a partire da ciò che sento; se si prova a classificare il risultato, vengono in mente l’espressionismo e il surrealismo, senza che nessuna etichetta basti. Nelle mie tele tornano paesaggi, animali, volti e corpi di donne, presenze con una forza propria. Uso colori densi, vivaci, stratificati: non decorano la superficie, la abitano.
Non lavoro solo sulla tela: dipingo pareti, pavimenti, mobili. Realizzo rivestimenti per poltrone, tende e cuscini, e abbino le stoffe con la stessa libertà con cui scelgo i colori. Ogni spazio, per me, può diventare un’opera da abitare.





Ho cambiato strada più volte, e in ogni strada il colore è stato il filo conduttore. Ogni quadro che trovi qui è un pezzo di questo percorso.
Da dove vuoi cominciare?






























